Antologia di brani critici

Enrico Crispolti

 

Rispetto all´empito degli anni del "muralismo", questa esperienza nuova di Falciano è chiaramente di concentrazione, di introspezione analitica e di analisi della possibilità di risolvere il veduto in immagine pittorica. Di qui certo quella sorta di raccoglimento, di sospensione, starei quasi per dire, a volte di una certa sospensione "metafisica", che è in queste limpide immagini, ove ogni fremito di fantasia è contenuto, sotterraneo...

Augusto Gentili

 

Falciano ha lavorato a lungo ­ nei tempi vicini ( e lenti, sovrapposti, concomitanti) della registrazione materiale, della chiarezza ideale, dell´introspezione personale ....­, ad una pittura "piccola" di luoghi e di cose, di spazi e di luci, dove la figura umana è assente. Il visibile suggerisce l´accentazione didattica della condizione percettiva (l´organizzazione ), l´utopia conoscitiva della visione selezionata (il mestiere ), l´emozione contenuta della figurazione ravvicinata.

Marco Falciano

 

Nelle immagini formulate da Rocco Falciano rimangono i simulacri degli oggetti svuotati di materia, da cui è assente qualsiasi rapporto con l´esistente. Tra realtà e illusione sia afferma una seconda vita, non quella che emana soltanto dalla combinazione delle forme e degli elementi, che induce serenità contemplativa, o l´altra che nel suo aspetto spettrale è analogia dell´assenza..... la presenza vivente degli oggetti segna le coordinate del tempo e dei giorni e comunica un senso di solitudine, di attesa paziente...

Renato Civello

 

Non c´è dubbio che l´ autenticità dell´emozione, l´aristocrazia della misura, il puntiglio del magistero, qualità essenziali che troviamo nel linguaggio di Rocco Falciano , possono rigenerare, attraverso l´esperienza destinata all´uomo e non ai fantasmi, il linguaggio di sempre....con il suo " ritorno alla natura" ad un tempo puro e vigoroso ristabilisce in un certo senso la sacralità dell´impegno d´interpretazione; e leggittima in termini di vero anticonformismo, proprio di un´epoca di sperimentazioni e di arbitri massificati, il "rappel a l´ordre" degli ultimi dieci anni del nostro secolo.

Rosa Maria Fusco

 

L´essenziale sintassi di quest´ultimo Falciano, si pone anch´essa oltre i confini dell´elegia, carica com´è non di nostalgie ma di rattenute emozioni. Partito da una salda impronta realista, è gradualemnte passato dal reale all´allegoria, dall´allegoria alla metafora, dalla metafora al simbolo. Questa estrazione progressiva ha quasi cancellato nell´ultimo decennio la figura; uomini e donne si ritraggono, cedono il luogo alle cose.... il fiore del cardo e il cavolfiore, colti nella luce assorta di un meriggio appulo, quando chiudi gli occhi, per un bagliore estremo, e "delle divertite passioni/ per miracolo tace la guerra". Una "triste meraviglia " di montaliana memoria, un luminoso e doloroso spleen.

Vittorio Esposito

 

Pulito nella forma e nella cromia, il linguaggio di Rocco Falciano è fatto di segni usuali per icomporre sulla tela il vissuto quotidiano (interni, giardini, nature morte) ed il recupero di ricordi nella continua ricerca e nel ritrovamento originario dell´essere delle cose.

Maurizio Marini

 

Spetta a Rocco Falciano la riscoperta delle piccole entità che, "ab origine", costellano la nostra vita. Nei suoi dipinti, secondo una metrica quasi matematica, vive .... un microcosmo reso con l´ottica purista e adamantina che trae etimologia dalle "nature morte" nell´ "angolo frio" del frate spagnolo del ´600 Luis Sànchez Cotàn. Una morfologia nitida che, al limite della provocazione del "trompe l´oeil", ribadisce i valori etici della "finzione pittorica".

Giuseppe Appella

 

Falciano da qualche decennio privilegia un tecnica spontanea, immediata, trasparente e lieve come l´acquarello che invita a libere avventure senza rinunciare a diagnosi approfondite .... non cerca, attraverso la componente tecnica di un lucido procedimento operativo, il rigore e la finezza, la fugacità dell´impressione e il lirismo, ma un pensiero preciso, carico di emotività e di tensione morale.

Marco Falciano e Valerio Rivosecchi

 

Le opere di Rocco Falciano raccolte in questa antologica coprono un arco cronologico che va dal 1983 al 2010. Si tratta di acquerelli e pastelli che hanno come soggetto la Basilicata ma sopratutto il Salento: interni della casa di famiglia, nature morte, paesaggi in cui la figura umana è assente o raramente appare. Dice Valerio Rivosecchi nel saggio in catalogo: "Rare le figure, eppure l'uomo è dappertutto, o meglio, mi verrebbe da dire, le donne sono dappertutto. Sono mani femminili quelle che hanno reciso fiori e frutta disponendoli in vasi adatti, hanno pulito e rassettato le stanze, coperto i mobili e i divani prima di un viaggio. Sono le stesse mani che si dedicano a "sfilare" cardi e cime di rapa prima di cucinarle, o a tirare la sfoglia di pasta su una tavola di legno, o a pulire con lo straccio la strada davanti a casa, perché lì giocheranno i bambini ed è bello starsene a chiacchierare a fine giornata".

Prendendo in considerazione le tappe della lunga vicenda pittorica di Rocco Falciano, dagli anni Cinquanta a oggi, si capisce quanta storia (quante storie) è contenuta in queste immagini, solo in apparenza di facile lettura. La prima, complessa fase di questa storia infatti è costituita da circa un quindicennio e oltre (dal 1963) di battaglie civili combattute con la pittura murale di impegno pubblico fino al punto di svolta alla fine degli anni Settanta.

E' lui stesso a raccontarcelo citando la circostanza di quando con Ettore de Conciliis si trovava a Portella della Ginestra, per realizzare una opera di Land art dedicata alla strage del Primo maggio 1947. "Alle falde di un monte roccioso un muro basso, sottolineato da uno squarcio nel terreno come una ferita profonda lungo la traiettoria degli spari incrociati verso il Sasso di Barbato, valeva a ricordare simbolicamente l'evento dell'eccidio, in un'area delimitata da grandi massi erratici sparsi. Era una testimonianza scomoda. Alla vigilia dell'inaugurazione, l'onorevole Pio La Torre fu assassinato. Questo lavoro segnò una svolta. Tornai a dipingere il vero, la bellezza della natura anche nei suoi aspetti meno appariscenti, liberamente, alla scoperta di una possibilità di emozione, come implicita scelta contro la minaccia di distruzione dell'ambiente e dei segni del passato, e ideale contrappunto dell'impegno sociale sul fronte della poesia".

Da allora fino ai nostri giorni Falciano si dedica esclusivamente e, vorremmo dire colto da meravigliosa ossessione, ai luoghi, agli oggetti, agli spazi e alle luci di questo angolo remoto del Sud che tanto gli sta a cuore e non solo per legami d'origine e affettivi: Per dirla ancora con Rivosecchi: "(........).ne descrive i silenzi delle lunghe ore pomeridiane, il bianco e il fresco delle grandi stanze, la sottile malinconia delle masserie ormai trascurate, i cortili ombrosi e saturi di vita nascosta, i lecci e gli olivi grandi come querce, i colori sublimi dei fiori di carciofo e di cicoria, i pomodori e le nespole, le melanzane e le castagne, le arance e le mele cotogne. (......) La scelta dell'acquarello come tecnica guida in questo viaggio nel tempo perduto delle cose fatte "a regola d'arte"appare giusta e quasi inevitabile. Tra tutte le tecniche della pittura l'acquarello è quella che consente il minimo margine di errore, e si presenta nuda e senza trucco agli occhi di chi guarda. Una tonalità troppo satura in un angolo qualunque del foglio può rendere inutili ore o ore di lavoro, troppa acqua può creare aloni e affioramenti, troppa poca un insopportabile senso di secchezza e di miseria. Nella stesura dei colori la luce corrisponde al bianco del foglio, e gran parte del lavoro di un buon acquarellista consiste nel salvaguardare il bianco-luce in tutti i vari passaggi di velatura, lasciandolo emergere quel tanto che basta. Guai a usare la biacca o altri mezzucci per ritrovare il bianco che si è perduto per poca esperienza o sbadataggine, ne viene fuori un grigio spento e melmoso che è solo l'anticamera del cestino della spazzatura".

Da tutto questo deriva che i dipinti di Falciano hanno un alto valore etico per non dire politico nel senso che chiunque venga in contatto con essi risale dalla loro bellezza ad un modello esistenziale basato sulla semplicità, l'onestà, il lavoro. Se queste carte raggiungono anche solo in parte quella che pomposamente possiamo definire "la verità" si tratta certamente di qualcosa di dirompente, di esplosivo in un tempo in cui sempre più difficilmente si riesce a distinguere il vero dalle menzogne.

Stefano Gallo

 

Di fronte ai quadri che Rocco Falciano presenta in questa mostra, come estratto della sua stagione artistica successiva alla fase degli anni sessanta e settanta, caratterizzata da un serio impegno rivolto alla creazione di una pittura murale non solo genericamente pubblica e popolare, ma contenente l'ambizione di legare l'intervento pittorico alla realtà umana, sociale e storica nella quale avrebbe dovuto realizzarsi, è difficile credo non rimanere stupiti.

Non è solo la distanza di linguaggio, di temi e d'orizzonte culturale tra i dipinti di oggi e un muralismo denso di una problematica insieme politica e antropologica, di una prospettiva di intervento non solo nella società in genere, ma in quelle particolari realtà rimaste ai margini dello sviluppo economico e della "modernità" culturale che erano tipiche del meridione e dalle quali Falciano, potentino del 1933, proveniva ed alle quali era profondamente legato. E' anche, di per sé, l'impatto con queste vedute di fiori di carciofo, di ricci di castagne, di zucche e pomodori, che appaiono come monumentalizzati al centro della rappresentazione.

Non si può non interrogarsi sul significato di queste opere, tralasciando, almeno al primo approccio, la questione della valutazione artistica, o più precisamente storico-artistica di esse. Infatti, a che porterebbe, per esempio, ricollegarle a una certa visione metafisica? Queste vedute di Falciano, anche quelle più ampie nelle quali egli ci presenta le stanze della sua antica casa nella campagna salentina, le quali sono anzitutto occasioni per un allargamento della visione degli oggetti, cioè delle nature morte, così come le vedute degli spazi esterni della casa, che conservano in altro modo l'ordinata impostazione spaziale degli interni, risultano infatti così segnate da un'apparizione precisa delle cose raffigurate, definite nei loro contorni, chiuse in loro stesse, da far subito pensare alle categorie critiche del realismo magico e della metafisica, a quel ritorno alla figurazione tra realtà e antico che si produsse in forme molto varie in Europa dopo la prima guerra mondiale, reazione alle rotture linguistiche delle avanguardie.

Forse è più proficuo lasciarsi portare da ciò che i quadri immediatamente trasmettono. E a me non pare che alludano all'enigma o alla magia del reale, almeno nel nucleo della loro carica espressiva. C'è piuttosto un disperante vuoto di vita attorno a questi bei "doni della natura" e anche in queste stanze, perfino quando qualche figura umana vi è presente; in questo secondo caso la percezione di un'assenza colpisce ancora di più, perché vuol dire che essa è provocata non dalla mancanza degli affetti più vicini, ma di altro.

Sono dunque, ai miei occhi, dipinti impregnati di intensa tristezza, escludendo da tale valutazione le vedute di paesaggio, che fanno un po' storia a sé dal punto di vista dell'attitudine e dell'atmosfera sentimentale da cui traggono origine. Una tristezza che accompagna tuttavia l'esaltazione, all'opposto, di queste icone simboliche che l'artista ha prescelto: i frutti della natura di quel luogo, gli spazi e gli oggetti di quella casa. Il vuoto, l'assenza, la mancanza circondano realtà ancora forti, soggetti ai quali la mano del pittore dedica tutta la sua sapienza e fatica per introdurvi quelle emozioni, quella vita di memorie e di storia, dunque ecco quella monumentalità antica, che segnala una forza, un patrimonio dal quale non ci si vuole sciogliere, al quale non si intende rinunciare.

A me pare una pittura di resistenza questa di Falciano. E un suo bel libro di memorie, Il treno d'argento. Memoriale 1950-1990. L'Italia dei pittori e dei poeti, pubblicato nel 2007, sembra dare una buona chiave di lettura per comprendere lo spirito e la funzione di questa produzione e anche per raccordarla alla precedente.

Devo anzitutto dire che queste pagine rivelano una memoria privata ed esistenziale, che non solo di continuo si allarga e si identifica con gruppi di persone e interi ambienti culturali, ma è sempre animata da un sentimento e una consapevolezza intellettuale di stampo storico. E dunque Falciano ci fa ripercorrere attraverso la propria esperienza la questione meridionale e i suoi temi di dibattito; le figure di tanti artisti e letterati di Potenza e del sud; la vita culturale e politica che a Potenza lui e il suo ambiente potevano sviluppare anche in rapporto alle varie personalità di rilievo che vi giungevano. Si viene avvertiti di come episodi dell'arte internazionale, la mostra di Pollock o di Braque, potessero essere difficilmente ricondotti nelle effettive esperienze vissute. E', come si dice, uno spaccato di vita storica di un centro del mezzogiorno quello che ci viene fornito, preziosissimo perché è uno sguardo dall'interno in grado di presentare un panorama molto dettagliato. Uno spaccato dal quale si viene poi proiettati a Roma nello studio di un artista come Marino Mazzacurati , in rapporto al quale si definisce il profilo artistico di Falciano e il suo impegno per un'arte che intendeva affrontare, in definitiva, quel rapporto con il popolo non borghese, non "modernizzato", che era rimasto tema irrisolto della questione meridionale o che riproponeva quel punto di vista nel quadro delle cultura anticapitalista sessantottina, cioè in un nuovo tentativo di creare un'alternativa nel rapporto con i ceti popolari alla cultura gestita dagli interessi economici e dai linguaggi dell'industria.

Giunti agli anni ottanta, esaurita questa che, più che un'esperienza, definirei una linea artistica sorretta da un progetto e da un preciso retroterra di storia, cambiati tutti i riferimenti generali, cambiata anche Potenza nelle ricostruzioni dopo il terremoto, possiamo cogliere la nuova disposizione esistenziale e intellettuale di Falciano nel seguente brano del suo libro:"Il passato era concluso. Meglio guardarlo senza rimpianti, cercando di sfuggire al residuo di sentimento ereditato dai cattivi maestri e diffidare della propensione al lirismo non sempre moderato dal rigore e dall'ironia, senza prendersi troppo sul serio. Era difficile calarsi nel presente e superare l'ineluttabile pesantezza del vivere. Non riuscivo a guardarmi intorno senza avvertire un acuto sentimento della fine (…) Avrei dovuto guardare il mondo con un'altra ottica, volare con l'immaginazione in un altro spazio, evitando di aderire troppo alla realtà, tenendomi comunque lontano dalle fughe nel sogno e nell'irrazionale, ma forse non c'era più tempo".

Direi che non solo da questo stato d'animo, ma da quest'attitudine culturale nasca il linguaggio delle opere in mostra. Il tempo c'è stato per Rocco Falciano e c'è per sviluppare, se si vuole, una metafisica, ma della perdita storica, non dell'irrazionale; e una metafisica che tuttavia reagisca a questa perdita di storia e di cultura che riguarda tutti, a cui Falciano si oppone con le sue rappresentazioni in chiave monumentale di pomodori del sud.

Cecilia D'Elia

 

La lunga vicenda pittorica di Rocco Falciano che si è svolta a livello nazionale - dallo studio di Marino Mazzacurati a Roma alle esperienze con Ettore De Conciliis ad Avellino e a Portella della Ginestra - ha uno dei suoi capitoli più significativi proprio nella Provincia di Roma.

L'artista infatti lavora per un lungo periodo a stretto contatto con la realtà politica e culturale del nostro territorio e, in particolare, a Fiano Romano. Qui, dai primi anni '70, è tra i fondatori del Centro di Arte Pubblica Popolare, un luogo di incontro tra artisti ed intellettuali italiani e stranieri che, dopo l'istituzione delle autonomie regionali e comunali, elabora l'idea dell'arte come impegno sociale, declinata nei suoi vari aspetti: dalla fotografia alla didattica, dalla scultura all'artigianato.

Ed è proprio l'impegno sociale in arte, o, per usare la puntuale definizione dall'introduzione di Rivosecchi, l'idea etica della pittura, a costituire la vera chiave di lettura dell'opera di Rocco Falciano.

Anche quando, agli inizi degli anni '80, tramontata l'utopia dell'arte collettiva, torna a lavorare a contatto con la natura in Lucania e nel Salento, in una sorta di "rappel à l'ordre" che vede l'artista dedicarsi ad una pittura intimista e a tratti domestica.

In realtà Rocco Falciano, anche in questo secondo periodo, di cui in mostra possiamo vedere alcune delle opere più significative, non arretra di un passo rispetto all'attenzione, al rigore, alla nettezza con la quale ci restituisce interni, paesaggi, oggetti. Un'attitudine, una regola, un mondo che non dobbiamo dimenticare e al quale Falciano porta una fedeltà esemplare.

Piero Lacorazza

 

L'invito della Provincia di Roma di offrire un contributo al catalogo del pittore lucano Rocco Falciano, che dagli anni Cinquanta espone le sue opere con successo in prestigiosi contesti nazionali ed internazionali, è stato da me accolto con immenso piacere e grande onore.

Osservando le sue opere, ho constatato che la si può definire una pittura di impegno sociale e civile, che affronta i temi dell'integrazione, dell'uguaglianza, della rivendicazione dei diritti, temi, tra l'altro, attualissimi e che l'Amministrazione Provinciale da sempre ha fatto propri. Le sue radici e tradizioni fanno di Rocco Falciano un uomo attento ai problemi ed ai cambiamenti del tempo che vive esprimendo un'arte che ha conosciuto diversi gradi di evoluzione ideologica e sperimentazione tecnico – stilistica, e che lo ha portato a collocare l'opera d'arte in una dimensione più vicina al vivere quotidiano e alla natura, fuori dai luoghi convenzionali.

Mi piace citare le pitture murali dal forte senso evocativo di una condizione esistenziale il più vicino possibile all'origine dei valori della vita e della pace ("Bomba atomica e coesistenza pacifica", realizzata insieme con Ettore de Conciilis nella chiesa di San Francesco d'Assisi ad Avellino).

Una mostra a lui dedicata è una mostra dedicata a tutti noi, nella terra lucana, ai tanti lucani sparsi in ogni parte del mondo, che con tenacia, forza e coraggio mantengono alta l'attenzione e la memoria dei luoghi, delle genti, delle consuetudini della Basilicata. Noi Amministratori abbiamo il compito primario di conservare, promuovere e tramandare il patrimonio artistico e culturale, perché rappresenta ciò che siamo stati, che siamo e che vogliamo essere.

Mi auguro che l'esposizione riscuota il successo che merita.

La Provincia di Potenza sarà orgogliosa di poterla inserire negli eventi programmati, affinchè, anche sul suo territorio, si possa apprezzare, ammirare e conoscere più approfonditamente un artista poliedrico e capace come il Falciano.