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...mi sembra abbastanza evidente il significato etico, ma direi anche politico, di questi acquarelli, e anche dei pastelli che ne costituiscono una variante e un corollario sul piano della materia. Qui non si tratta di difendere in astratto idee di per sé insignificanti come la "tradizione" o la "buona pittura", o simili, ma di far percepire in modo immediato a chiunque entri in contatto con questi fogli la bellezza di un modello di esistenza basato sulla semplicità, la pulizia, l'onestà, il lavoro. Se questi fogli raggiungono anche solo una piccolissima porzione di "verità", si tratta di quella verità che Antonio Gramsci definiva come sempre rivoluzionaria, qualcosa di dirompente ed esplosivo, specialmente in un tempo in cui è sempre più difficile distinguere il vero dalle menzogne televisive, la politica dalla propaganda, e perfino un buon piatto di pasta da un surgelato.

Se comprendere il livello "politico" di questi fogli è abbastanza semplice, non altrettanto può dirsi del loro contenuto più intimamente lirico. A un primo sguardo Falciano sembrerebbe appartenere a quella vasta e nobile famiglia che ha tra i suoi antenati Vermeer e i petit-maîtres olandesi, Chardin e più avanti Morandi e i pittori del "realismo magico". Certamente l'idea dechirichiana di una "metafisica degli oggetti più comuni" sembra applicarsi a molti di questi fogli, ma solo a patto di capire che nella buona pittura anche la semplice descrizione delle apparenze si configura come una sfida, spesso come una battaglia. Tra gli appunti e le interviste di Rocco Falciano leggo una frase che mi conforta in questa lettura: "Credo di non aver avuto nessun rapimento o sogno a occhi aperti. Non è più possibile che la pittura sia il luogo della pacificazione con la natura e dell'oblio. Bisogna attendere il favore generale delle cose che si svelano lentamente, nulla di metafisico, di ineffabile: anzi la varietà di quanto ci circonda si dà allo sguardo come presenza ostile, difficile da ricondurre all'unità dell'immagine".

E, a ben guardare, gli oggetti che animano gli spazi vuoti di queste dimore meridionali si prestano spesso a una lettura inquieta e non tranquillizzante. Aveva ragione il Belli a dire che "il diavolo si nasconde negli orologi": la precisione ossessiva con cui si definiscono le prospettive dei pavimenti a intarsio e gli intrecci dei mobili in vimini, alcuni particolari incongrui come la spugnetta giallo-verde della Natura morta su un tavolo del 1996 (sindrome da space-cleaning?), il disordine di certe stanze abbandonate come per una fuga precipitosa, i teli a coprire mobili e divani come nella scena di un crimine, ci parlano di un livello di lettura più nascosto, di ferite non curate, come se tutta questa pittura non fosse altro che la lenta elaborazione di un lutto, che ha per oggetto non una persona specifica, ma una idea o un'utopia.

Non vorrei addentrarmi troppo su questa via, rischierei di far dire a queste "candide" visioni cose che non vogliono dire, tuttavia vorrei concludere questo testo facendo presente che tra gli estimatori di Rocco Falciano, accanto a critici militanti come Enrico Crispolti, che hanno letteralmente "fatto" la storia di quest'ultimo mezzo secolo, storici di rango come Maurizio Marini, troviamo (un po'a sorpresa) un maestro dell'iconologia italiana come Augusto Gentili. Più o meno nello stesso periodo, fine anni Settanta, in cui Rocco Falciano maturava la sua nuova strada pittorica lirica ed intimista, rinunciando ai benefici psicologici e alla carica energetica dell'utopia sociale, io avevo la fortuna di seguire all'università di Roma le lezioni di Augusto Gentili sulla pittura veneta del Cinquecento. Mentre in altre aule della stessa università si tenevano le oceaniche e caotiche assemblee del Movimento del '77, dominate ormai dall'ala militare dell'Autonomia operaia, nel silenzio incantato dell'aula di Storia dell'arte, Augusto ci faceva entrare nel mondo misterioso e lontano anni luce della grande pittura: Giovanni Bellini, Giorgione, il giovane Tiziano, Lorenzo Lotto….

Ogni oggetto, ogni minimo particolare di quei quadri favolosi- ma apparentemente "solo" quadri- si rivelava, attraverso la lettura iconologica, saturo di significati filosofici e politici, di conflitti interiori, di battaglie e idee molto più interessanti e coinvolgenti di quelle che si svolgevano fuori, tra la puzza dei lacrimogeni e gli slogan sempre più inutilmente feroci. La carica etica, e politica, di quelle lezioni, ha aiutato me e tanti altri a trovare una nuova via nell'incertezza di quei tempi, perché il succo profondo che veniva fuori dalle storie di quei quadri è che le ideologie, le teorie politiche, le religioni e le fedi con tutti i loro simboli possono cambiare, e si possono (si devono) anche buttare via quando non servono più, sono solo strumenti più o meno efficaci, ma quello che non si può e non si deve buttare via è la ricerca di un senso alla propria vita e a quella degli altri, e in questa ricerca l'arte aiuta molto, anche quando sembra occuparsi solo di un po' di frutta e di fiori su un tavolo.

Leggendo ora, a distanza di tanti anni, quello che Augusto Gentili ha scritto a proposito degli acquarelli di Rocco Falciano, non posso che essere felice di trovarmi sulla stessa lunghezza d'onda: "Case, oggetti, frutti, giardini della memoria-si legge nel suo testo del 1993- sono segnali dolorosi del contesto distrutto, dell'esistenza costretta. Eppure-luminosi, essenziali, semplici- li ritroveremo nell'ordine recuperato, nel contesto ricostruito, nell'esistenza riaperta: nell'ultima utopia dell'uomo dalla vigile introspezione, nascosto, ma non troppo, dietro l'albero, dietro la porta, dietro il quadro". E' un bel messaggio di speranza quello che, alla fine, vien fuori da questi acquarelli, come se l'atmosfera monastica e da hortus conclusus che si respira in molti di essi abbia il significato di una cura salutare, dalla quale l'Utopia non potrà uscire che rafforzata, e più viva che mai.

Valerio Rivosecchi, estratto da "Utopia Segreta"